All’Asilo si sta bene e si imparan tante cose…

“All’Asilo si sta bene e si imparan tante cose…”, recita una canzoncina che ancora si conserva in qualche angolo della mia memoria.

Parole che evocano tutto un “mondo agli inizi”, fatto di prime emozioni e piccole grandi paure, di slanci ed incertezze, di momenti agrodolci.

Parole che richiamano alla mente persone e luoghi, insegnanti e piccoli compagni, aule, giochi, canti, pranzi…
Oggi, quando pronuncio la parola “Asilo” davanti ad una delle maestre di mio figlio, vengo subito corretto, con garbo ma con precisione: “Ma dai, è un’espressione ormai superata! Oggi si parla di Scuola materna, anzi per l’esattezza di “Scuola dell’infanzia”.
Già, anche il mondo dell’istruzione e dell’educazione si modifica, nel linguaggio, nei princìpi, negli obiettivi, nella prassi, trasformandosi (anche radicalmente) a seconda delle epoche, dei contesti, delle civiltà.
Scorrendo brevemente la storia di questa istituzione nel mondo occidentale, si ritrovano anche altre espressioni per indicarla, legate a diverse prospettive e modi di concepirla. Ripercorriamo in un baleno alcune tappe fondamentali della sua esistenza?
Solo a partire dagli inizi del XIX secolo, la pedagogia comincia ad occuparsi della progettazione di istituzioni educative per bambini in età prescolare.
Anche se già Platone, nelle “Leggi”, aveva tratteggiato una specie di giardino d’infanzia, in cui i bimbi di entrambi i sessi trascorressero i primi anni, giocando e ascoltando fiabe opportunamente scelte.
Le prime strutture di questo tipo vengono create intenzionalmente durante la Rivoluzione industriale, con finalità assistenziali, a favore di quei bambini poveri sempre più abbandonati a se stessi, a causa della grande quantità di manodopera femminile impiegata nelle nuove attività: significativamente, tali luoghi vengono indicati con espressioni quali “sala di custodia” o “asilo”, e sono spesso locali sovraffollati, ben poco attrezzati ed areati, gestiti da personale privo di preparazione.

Pian piano, tuttavia, in Francia, Germania ed Inghilterra, alcune iniziative conoscono nuovi spessori e significativi risultati, precisandosi in due direzioni, quelle del “giardino d’infanzia” e della “scuola materna”. Fra i primi pionieri, ricordiamo anzitutto Robert Owen che, all’interno del suo utopistico progetto di riforma dell’industria, in Scozia, prevede anche una scuola per i piccoli, suddivisa in un “nido” per bambini da uno a tre anni e in una “sala di studio prescolastico”, per quelli fra i quattro e i sei. Sulla scorta dei brillanti risultati ottenuti, già nel 1825, a Londra, viene fondata una società per le infant’s schools, che sorgeranno in numerose zone dell’Inghilterra.
Un altro momento centrale nella storia della scuola materna è rappresentato dal cosiddetto “Giardino generale tedesco dell’infanzia”, concepito nel 1839 da Friedrich Frobel. Un “giardino” in cui il fanciullo corrisponde alla “pianta” e la maestra al “giardiniere”, che deve educare nel pieno rispetto della libertà, limitandosi a proteggere e vigilare, senza imporre modelli e ritmi. Attività fondamentale, il gioco, filosoficamente visto come sintesi tra “intuizione estetica” e “creatività”, due “strutture” essenziali dell’essere umano, da proteggere e potenziare soprattutto nell’infanzia.

In Italia, il “profeta” della nuova istituzione è Ferrante Aporti, che utilizza gli asili (il primo, del 1829, a Cremona, è a pagamento; il secondo, di due anni successivo, è per i bimbi poveri)  per fornire i rudimenti del leggere – scrivere e far di conto anche a coloro che, costretti a lavorare in tenera età, non potranno frequentare le Elementari.
Intrecciandosi anche con la diffusione degli ideali liberali e democratici, la scuola materna si afferma lentamente anche nella nostra penisola: dopo quelle cremonesi, ne sorgono in Toscana, nel Lombardo – Veneto, nel Regno di Sardegna, a Parma e Piacenza. Dopo la metà del secolo, con la diffusione del frobelismo, si diffondono i giardini d’infanzia: il primo viene aperto nel 1859 a Venezia, ad opera del professore polacco Adolfo Pick e di Adele Levi della Vida.
Anche gli uomini politici cominciano ad occuparsi della questione: in particolare, il ministro Coppino, nel 1885, promuove l’istituzione di giardini d’infanzia di tirocinio presso le scuole normali. Ma non ci sono ancora leggi capaci di sancirne l’obbligatorietà, e le condizioni in cui le scuole per l’infanzia sono costrette ad operare sono estremamente precarie: di qui, la necessità di radicali rinnovamenti, dei quali saranno protagonisti, in Italia, personaggi del calibro di Rosa e Carolina Agazzi e Maria Montessori.

Ed oggi? Oggi la “scuola dell’infanzia” (cito rapidamente da alcuni documenti “nazionali” del luglio 2002) “concorre all’educazione armonica ed integrale” del bambino, contribuendo al rafforzamento della sua “identità personale”, della sua “autonomia”, delle sue “competenze”.
Un ambiente educativo importante, che deve rispettare ritmi, capacità, differenze ed identità di ciascun individuo.
A tal fine, risultano fondamentali l’attenzione, la disponibilità e la competenza dei docenti, ma anche la partecipazione e il coinvolgimento della famiglia, che deve vivere la scuola dell’infanzia come luogo di incontro e crescita per bimbi ed adulti.
Un ambiente che necessita di “cure” appropriate anche da un punto di vista strutturale, per mettere i piccoli nelle condizioni migliori per “gustare” appieno la loro prima esperienza “scolastica”.